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Niyama: Shaucha, la pulizia

Shaucha è il primo dei cinque niyama (voti di astinenza), che riguardano la nostra interiorità e implicano una riorganizzazione della vita personale, per non sprecare energia (un’attitudine molto ricercata da chi pratica yoga).

Yama e niyama sono le dieci norme di comportamento e stile di vita degli yogi.
Regole? Non le chiamerei così, perché non prescrivono cose da fare o non fare, piuttosto suggeriscono contesti, situazioni, da applicare nella nostra vita.
C’è una grande differenza tra i valori cosiddetti morali e sociali e yama e niyama.

Yama e Niyama sono i primi due gradini dell’ashtanga-yoga, o yoga degli otto passi, in cui lo studioso Patanjali ha sistematizzato lo yoga nel famoso libro Yoga-sutra, brevi aforismi in cui elenca gli otto passi:

  • yama e niyama (proibizioni e obblighi che ci aiutano nel sociale);
  • asana (posizioni yoga, aiutano a livello fisico);
  • pranayama (controllo del respiro, aiuta a livello fisico);
  • pratyahara (controllo degli organi di senso, aiuta a livello mentale);
  • dharana (concentrazione);
  • dhyana (meditazione);
  • samadhi (illuminazione, liberazione).

Brevemente, i cinque niyama sono: purezza, contentamento, austerità, studio/conoscenza di sé, abbandono alla volontà divina.
I 5 yama sono: nonviolenza, sincerità, onestà, continenza sessuale, povertà.

Shaucha: la pulizia

Shaucha riguarda il corpo esterno e il nostro Sé interiore, anche se il significato letterale è “pulizia” e sui libri di yoga si legge letteralmente di “lavarsi, pulirsi con argilla e acqua” eccetera. Dunque parliamo della pulizia del corpo, degli abiti, del letto dove dormiamo; ma a me piace estendere il concetto di pulizia anche all’interno del nostro corpo: trovo inutile farsi una doccia al giorno se la sera prima si è stati in un locale fumoso e chiuso a bere superalcolici, o in un cinema a vedere un film violento! Non ci sarà doccia che potrà “lavarci”!

La pulizia riguarda anche ciò che mangiamo, beviamo, fumiamo, diciamo, sentiamo, leggiamo, vediamo. A me pare che dovremmo occuparci anche del cibo che ingeriamo, della sua “pulizia” da veleni, pesticidi, conservanti, coloranti, così come di ciò che la nostra mente assorbe ed elabora. Così sarebbe bello che le nostre orecchie ascoltassero solo buona musica, e non rumore, solo belle parole e non frasi sconce, propositi di violenza e lamentele all’indirizzo di qualcuno.

Anche le immagini sono “cibo” e anche ciò che leggiamo nobilita (o no) il nostro spirito, ci eleva verso mondi superiori o ci tiene ancorati a terra, alle prese con il brutto e il male del mondo, obbligandoci a ignorare che c’è anche il bello, il vero, le azioni buone accanto a quelle cattive.

Pulizia a yoga

pulizia a yogaShaucha indica dunque di lavarsi, indossare abiti puliti (soprattutto facendo yoga insieme ad altri, ma anche da soli), ma affinché la pratica di questo niyama non sia così “banale” estendiamo il concetto di pulizia:

  • entrando nel luogo dove praticheremo yoga cercheremo di lasciare fuori dalla porta anche i pensieri impuri (insieme alle scarpe), le immagini e le impressioni “brutte” che abbiamo ricevuto durante la giornata.
  • Per questi stessi motivi abituiamoci a cambiarci per la pratica, indossando una tuta o un abito diversi, a toglierci le scarpe (anche a casa! La suola raccoglie lo sporco da fuori), a entrare in un’atmosfera “altra”, dove occorre essere “puliti” fuori e dentro, per non contaminarla.
  • Eviteremo di fumare (se non ci siamo ancora liberati di questo vizio), mangiare e bere subito prima della lezione. Prima della pratica si consiglia anche di soffiarsi bene il naso e svuotare vescica e intestino, per essere “vuoti e puliti” e accogliere nel migliore dei modi la bellezza.
  • Sarebbe auspicabile anche evitare di ascoltare o fare pettegolezzi su qualche compagno di corso, sugli insegnanti o sulla scuola: queste “vibrazioni” negative possono inquinare l’atmosfera della lezione, anche se non ce ne rendiamo conto completamente e coscientemente.

Pulizia a tavola

pulizia a tavolaShaucha come pulizia esteriore dunque, ma anche di pensiero e anche interiormente al corpo.

Qual è l’alimentazione adatta a uno yogiSecondo alcune classificazioni, l’adepto di yoga deve attenersi alle regole che dividono i cibi in tre categorie o qualità (in sanscrito guna): tamas, rajas e sattva.

Tamas: è il guna più “pesante”, che offusca e ostruisce. Sono cibi “tamasici” tutti quelli difficili da digerire come le carni – soprattutto rosse – gli insaccati, i cibi cotti da più di un giorno e riscaldati, i grassi (in particolare quelli animali) e tutti i cibi in scatola.

Rajas: appartengono a questa categoria gli eccitanti (come l’alcool, il caffè, il vino e la birra), tutto ciò che è piccante, amaro, troppo caldo o troppo freddo, le spezie, il tabacco (anche le sigarette – in quanto il fumo viene introdotto nel corpo – sono considerate cibo), tutto ciò che è ipercalorico.

Sattva: è il guna più “leggero”, cui appartengono tutti i cibi puri, che aiutano a elevarsi spiritualmente: riso, grano, miglio, mais, avena, orzo, latte, miele, legumi (ceci, fagioli, soia, piselli, lenticchie, fave), verdura, frutta.

Indovinate un po’ verso quali cibi dovrebbe orientarsi un praticante di yoga?

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Inizia a praticare yoga nel 1979 a Milano, la sua città natale; nel 1985 si trasferisce a Torino per frequentare la scuola di formazione triennale per insegnanti dell’Istituto Kuvalayananda, dove studia con insegnanti italiani e indiani e si diploma nel 1987. Co-fondatrice dell'Isyco (Istituto per lo Studio dello Yoga e delle Culture Orientali) di Torino, Cinzia è formatrice di insegnanti di yoga, oltre a insegnare in corsi per principianti, esperti e per la terza età. Ha pubblicato libri di yoga e di stile di vita yogico, oltre a numerosi articoli.

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