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Lo Zen e l'Arte di Imbrogliare la Mente, di Alan Watts - recensione

Lo Zen e l’Arte di Imbrogliare la Mente, di Alan Watts, Macro Edizioni

A metà degli anni Settanta Alan Watts, autore di Lo Zen e l’Arte di Imbrogliare la Mente, era il più importante interprete occidentale del buddhismo, dello zen, dell’induismo e del taoismo. Perciò ha scritto – e parlato (non dimentichiamo che questo libro è un concentrato dei più interessanti interventi di Watts negli anni Cinquanta-Settanta del Novecento) – anche di yoga, naturalmente. E naturalmente lo ha fatto citando Patanjali, rassicurandomi subito: quando si parte dalla tradizione non si sbaglia mai.


Lo Zen e l'Arte di Imbrogliare la MenteLo Zen e l’Arte di Imbrogliare la Mente, di Alan Watts, Macro Edizioni

Questo libro raccoglie sei conferenze di Alan Watts, autore, filosofo e docente tra i primi a interpretare e diffondere la filosofia orientale e il Buddhismo Zen in Occidente: sei preziose riflessioni non convenzionali, ironiche e innovative che ci invitano a sottrarci alla trappola della consapevolezza ordinaria.

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Dovrei dire qualcosa come: «Questo è un libro davvero straordinario. È semplicemente affascinante. Lo leggo da anni e ogni volta che lo apro mi coinvolge a tal punto che non vorrei mai richiuderlo!» Non sarebbe forse un atteggiamento più incoraggiante? Sì, certo, ma non posso scrivere così. Posso scrivere un’altra possibile definizione del libro, dalla quarta di copertina: «Rivelazioni non convenzionali e innovative sui più elevati princìpi del buddhismo, dell’induismo, della filosofia occidentale, del cristianesimo e molto altro».

Il libro non è una lettura facilissima, ci sono alcune frasi che devi leggere due o anche tre volte, prima di capirle veramente. Ma è un libro affascinante, sì: il fascino non passa, non termina quando finisce la bellezza, o la giovinezza. Qua il pensiero di Watts è eterno, e non passa di moda. Per questo lo stiamo leggendo oggi, a 40 anni di distanza, e ci chiediamo – io mi chiedo, ma non sono l’unica – perché non abbiamo continuato a leggerlo ogni giorno?

Maestro?

Mentre cercate la risposta, non perdetevi la bellissima faccia di Alan Watts (nel risguardo di copertina), immaginando che pronunci queste parole. C’è tutta l’ironia, tutta la sua dissacrante modalità di guardare, tutto lo stupore di chi si è avvicinato alla comprensione di qualcosa… Ho scritto «comprensione» non a caso. Comprendere (prendere con) è diverso da capire. Capire si fa con la mente. Comprendere si fa con qualche altro organo (il cuore?) che ha a che fare con il «sentire», ben diverso da «ascoltare» con le orecchie. Comprendere ha a che fare con l’esperi-enza, capire ha a che fare con l’intellig-enza.

Insomma: Lo Zen e l’Arte di Imbrogliare la Mente è un libro me-ra-vi-glio-so. Avevo già letto Watts prima d’ora e rileggendolo, dopo anni, mi sono chiesta: «Perché non è così tanto considerato, come alcuni sedicenti life-coach (termine orribile) o maître à penser che hanno (troppo) successo?» E mi sono risposta da sola: Watts è troppo autentico, troppo scombussolante, troppo dissacrante. Ma credo che debba essere letto di nuovo, o ex-novo, da chiunque sia su qualunque sentiero di qualunque pratica, disciplina o religione, per tentare di comprendere qualcosa della vita e di sé.

Teologo?

Laureato in Teologia, Alan Watts fece il pastore episcopaliano a Chicago negli anni Quaranta-Cinquanta. Nessuno all’epoca parlava di ciò di cui si occupava Watts. Uno dei suoi best seller sul buddhismo, La via dello Zen, è del 1957 (la versione originale, in Italia uscì nel 1960).

A 28 anni  ha tradotto il famosissimo libro La nube della non-conoscenza, «[…] opera scritta nel XIV secolo da un monaco inglese [che] si basava su un testo precedente intitolato De Theologia Mystica, scritto da un monaco siriano di nome Dionigi L’Areopagita», p. 109.

Solo per dire il tipetto… a 28 anni lui traduceva quel «piccolo, affascinante libro [che descrive Dio] solo in base a ciò che non è: non è luce, non è potere, non è spirito, non è padre, non è né questo né quello; l’autore semplicemente confuta, annullandola, qualsiasi cosa sia mai stata detta su Dio, perché Dio è infinito e quindi è al di là delle possibilità del pensiero», punto.

Zen?

Nonostante il titolo, questo libro non tratta principalmente dello zen. Watts presenta lo zen della tradizione Chán, scrivendo che fiorì in Cina tra il 700 e il 1000 d.C. e che è diverso dallo zen diffuso in Giappone negli anni Settanta, che fu un po’ «feticista riguardo allo studio mediante la meditazione seduta» (pp. 114-5). Da p. 138 offre un’interessante descrizione di templi, monaci e pratiche zen, accompagnando il lettore in una visita virtuale. C’è anche una specie di «storia dello zen», dettagliata, divertente e riassunta così: «Tu sei Esso (l’opera completa), e così è Quello, e tutto è Esso, ed Esso fa tutte le cose che sono fatte…». Eeeehh? Appunto. Sembra di non capire nulla. È così che deve succedere.

Per aiutarci, tutto il capitolo Il kōan dello zen è infarcito di brevi, fulminanti «storielle» irrinunciabili, ma anche impossibili da citare in una recensione! Leggendole, ciascuno potrà trovare la sua, da copiare e appiccicare allo specchio del bagno, per vederla ogni mattina e non scordarla più.

Film e altro

Trovandone il riferimento a p. 218, sono andata a cercare il film documentario Why Not Now? (letteralmente, “perché non ora?”), dove Alan Watts parla, cammina, è vestito come un samurai. Imperdibile! Per chi preferisce la radio o i podcast, esiste anche una raccolta – Out of Your Mind audio collection – che ha avuto e continua ad avere un enorme successo internazionale. Mark, uno dei 7 figli di Alan Watts, nella prefazione a questo libro ci racconta che:

«[…] Oltre a essere popolare fra molti degli ascoltatori di Sounds True Radio, la raccolta ha cominciato a richiamare un pubblico nuovo e più giovane e, diversi anni dopo la sua pubblicazione, sui social media sono via via apparse delle citazioni e dei video. Anche alcuni videoclip basati su testi audio abbinati a una grafica creativa hanno ottenuto milioni di visualizzazioni (venti milioni secondo gli ultimi calcoli). Nel proseguire l’opera di mio padre, l’aspetto più gratificante è di gran lunga quello di assistere all’affermarsi delle sue idee nella vita di molte persone, e di osservarle assumere forme sempre nuove, in continua evoluzione», p. 7.

Trovo commovente che un figlio, Mark Watts, prosegua l’opera del padre, morto troppo presto, a 58 anni, per uno scompenso cardiaco; dalla sua Prefazione estrapolo queste parole riguardanti suo padre, oggi più attuali che mai: «Riteneva che consapevolezza ecologica ed esperienza mistica fossero espressioni della medesima forma di risveglio».


Lo Zen e l'Arte di Imbrogliare la Mente

“In un passato non molto lontano si credeva che la Terra fosse piatta. Erano convinti fino al midollo che fosse vero. Poi qualcuno cominciò a navigare facendo il giro del mondo e a volare da un punto all’altro, e piano piano ci siamo abituati a pensare che la Terra abbia forma sferica.  (…) Allo stesso modo un giorno per molti di noi sarà solo questione di senso comune sapere che siamo tutt’uno con l’universo. Sarà davvero semplice. E forse, quando accadrà, gestiermo la nostra tecnologia con più coerenza. Forse agiremo verso il nsotro ambiente con amore, anziché con odio.” (Alan Watts, dalla prima parte del libro, intitolata “La Natura della Coscienza”)

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Pesci e reti

Lo Zen e l’Arte di Imbrogliare la Mente ha una bella copertina, in cui due pesci inscritti in un cerchio formano, con calligrafia zen, una specie di simbolo dello yin-yang. L’ispirazione proviene secondo me da una riflessione che troviamo a p. 19: che il mondo è «ondulante» e che solo gli uomini costruiscono i palazzi in linea retta, cercando di rendere il mondo «non ondulante»; tuttavia non possiamo controllare tutto, anzi «ciascuno di noi è quanto di più ondulante si possa immaginare». Proseguendo, Watts fa l’esempio di un pesce, ondulante e sfuggevole. E come si fa a prenderlo? Si deve utilizzare una rete. Ed è così che facciamo: costruiamo reti e scomponiamo le ondulazioni in tasselli più piccoli, illudendoci di controllarle tutte. Ma invece:

«Voi e io siamo in stato di continuità con l’universo fisico, proprio come un’onda è in stato di continuità con l’oceano. L’oceano “ondeggia”, l’universo “genteggia”. Ma noi siamo stati ipnotizzati, e intendo letteralmente ipnotizzati, a sentire e percepire di esistere come entità separate e incapsulate nella nostra pelle. […] Perciò moriamo tutti di paura. Perché la nostra onda è destinata a scomparire e noi siamo destinati a morire, e questo sarà semplicemente orribile», p. 20.

Sulla morte

A pagina 217 c’è una piccola biografia. Piccola per forza: Watts era nato il 6 gennaio 1915, ed è morto il 16 novembre 1973! Ma credo che gli unici a rimanerci male per una così precoce dipartita siamo noi, e d’altra parte secondo il pensiero induista, tutto l’universo dura 4.320.000 anni (e il periodo si chiama kalpa) poi svanisce, per ricominciare per altri 4.320.000 anni e svanire di nuovo. Mentre noi ci opponiamo a questa realtà creando così la sofferenza che, secondo le parole di Watts, «[…] scaturisce dall’incapacità dell’individuo di accettare […] due caratteristiche: il cambiamento e la mancanza di un sé permanente» (p. 199), lui ci viene in aiuto con uno spunto illuminante che, trattando di morte, è degno di finire questa recensione – una recensione non proprio facilissima da scrivere, tanto è bello il libro, se non citando direttamente le parole dell’autore.

«[…] quando vi mettete a pensare che pensate i vostri pensieri, si verifica una conseguenza simile: “Sono preoccupato e non dovrei preoccuparmi, ma poiché non riesco a smettere di preoccuparmi, mi preoccupo di preoccuparmi”. Vedete dove porta tutto questo? Per noi, l’oscillazione si traduce in ansia. Ma il metodo di Nāgārjuna abolisce l’ansia, perché si scopre che qualunque sia il livello di ansietà non influisce minimamente su quanto accadrà. Non importa cosa fate: morirete. Non procrastinate, mettendo questo in un angolo della mente come se fosse qualcosa su cui riflettere in seguito: è la cosa più importante su cui riflettere, perché vi consente di lasciare andare. Così non dovete difendervi continuamente. Non dovete sprecare tutte le vostre energie nell’autodifesa», p. 215.

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