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            Spero che sotto l’ombrellone abbiate portato con voi Il grande libro del respiro (di Donna Farhi, Macro, Cesena 2018), perché sarebbe proprio una buona compagnia e potreste evitare di leggere questo articolo; contiene infatti tutto quello che c’è da sapere sul respiro (e non sulle tecniche di pranayama, per quelle ci sono altri validissimi manuali).

Quest’anno che “ci ha tolto il respiro” può donarci anche la spinta per imparare a respirare in modo “nuovo”. Respirare è una capacità che abbiamo tutti, e per farlo “bene” non serve “imparare la respirazione yogica”, quanto piuttosto è sufficiente ritrovare il nostro proprio respiro, quello che abbiamo smesso di usare molti anni fa, da bambini, quando respiravamo benissimo…

Pulizia dentro e fuori

Esistono buone abitudini che ci aiutano a ritrovarlo, tra le più importanti il lavaggio del naso, organo “re” di ogni respiro. Il naso è studiato per respirare.Tutto è stato organizzato per farci respirare nel modo migliore: la grandezza delle narici, il fatto che siano due (perché non un unico grande canale? O invece quattro? O tre?), la presenza dei piccoli peli che come un colino da tè filtrano le impurità che da fuori entrerebbero ad ogni inspiro, le superficiali venuzze che all’interno della mucosa del naso permettono al sangue che vi scorre dentro di riscaldare l’aria in entrata, che altrimenti arriverebbe gelata nei bronchi, con grave danno anche per i polmoni.

 Una vera meraviglia il naso, per non parlare dell’intero apparato respiratorio, su cui non possiamo dilungarci.

 Fermiamoci al naso esterno, per pulirlo non solo quando facciamo la pulizia del viso e schiacciamo i punti neri, ma anche all’interno (quando ci soffiamo il naso, col concorso di un diaframma tonico che ci aiuta a fare un forte suono, sinonimo di uno svuotamento riuscito. E al diavolo l’etichetta!).

Ma per pulirlo ancor più internamente lo yoga ci offre un modo meraviglioso, chiamato jala neti. Ci servirà dell’acqua tiepida, del sale (marino integrale, possibilmente atlantico) e una specie di teiera – detta lota – fatta apposta per il naso (per dimensione del beccuccio e per capacità).

Prima di fare jala neti dobbiamo però convincerci che le due narici comunicano (infatti l’aria che entra da ciascuna narice si unisce in un unico flusso per entrare nella trachea giusto?). E dobbiamo convincerci anche che il naso non comunica invece con il cervello, che è chiuso dentro il cranio. Quindi nulla che entri dalle narici può arrivare al cervello.

 Con queste certezze annulleremo alcuni timori che disturbano i neofiti di jala neti, che è un lavaggio del naso con acqua salata che entra da una narice ed esce dall’altra, per caduta. Quindi niente acqua spinta a forza nel naso, niente acqua risucchiata dalle narici, niente sensazioni violente (come quelle che forse ci ricordiamo dei nostri tentativi di imparare a nuotare da bambini… e bevevamo tutta l’acqua dell’Adriatico… ma dal naso! E bruciava!). L’intero procedimento – se insegnato e imparato a dovere – è assolutamente delicato, piacevole e facile.

Come si usa la Lota

 Riempiamo la lota con acqua tiepida dove avremo disciolto circa un cucchiaino di sale. Se possiamo stare su un prato è l’ideale, ma anche il lavandino di casa va bene. Incliniamo il corpo leggermente in avanti e appoggiamo il beccuccio della lota alla narice destra – a coprirla completamente – quindi ruotiamo il capo verso destra, così l’acqua comincerà a entrare nella narice destra e defluirà dalla sinistra dopo pochi secondi (consiglio: aprire la bocca e dire “aaaaaaaahhh”, così l’acqua non andrà in gola). Restiamo nella posizione fino a che non sia finita tutta l’acqua. Ripetiamo tutto dall’altro lato. Finito. Restiamo con la testa in avanti sul lavandino per far defluire l’ultima acqua (ma non preoccupiamoci, il calore interno del naso farà evaporare il resto).

Come sempre nello yoga – e questo è uno dei processi di purificazione indicati dall’antica disciplina – è meglio vedere e imitare. Quindi se potete chiedete alla vostra/al vostro insegnante di mostrarvi come si fa (va bene anche chiunque pratichi da tempo il jala neti) e poi via!

 C’è chi “si lava il naso” ogni giorno, proprio come fa con i denti e con la lingua e col viso eccetera; ma va anche bene inserire jala neti in una routine settimanale o addirittura mensile (nella Luna Nuova?).

 Ora che l’organo “ufficiale” del respiro è libero possiamo dedicarci a qualche tipo di respirazione “purificante”

Cosa aiuta a respirare liberamente?

Non indossiamoli! O almeno non indossiamoli sempre:

            “indumenti stretti in vita (o) troppo piccoli (…) cinture (…) cravatte (…) tacchi alti. Questi ultimi modificano il baricentro, portando i muscoli posteriori e dunque i muscoli respiratori a irrigidirsi (…) reggiseni. Se vi lasciano dei segni rossi sulla pelle, significa che sono troppo stretti. Bustini e corsetti. Imprigionano troppo il corpo”.

Kapalabhati – il respiro di pulizia

 D’estate vi sentite più stanchi e spossati del solito e ricorrete al caffe’? Donna Farhi – sì, sempre lei, io la amo, si sa – ci dà un consiglio, a pagina 168 a propisito di caffeina: “La prossima volta che sentirete un bisogno impellente di caffeina per risollevarvi, provate invece a praticare Kapalabhati. Cosa-cosa-cosa? Il “respiro di pulizia”? Il “respiro di fuoco”? Il “cranio splendente”? Tutti questi tre sono modi diversi di descrivere la medesima tecnica di pranayama (in realtà – così come jala neti – anche questo è uno dei processi di purificazione che lo yoga ci regala da millenni).

  La tecnica è semplice, ma come sempre sarebbe meglio impararla direttamente da un/un’insegnante. Tuttavia proviamo a darvi delle indicazioni, chiedendo aiuto alla “solita” Donna Farhi, che da p. 167 descrive così l’esperienza di “stimolare il respiro”, avvertendo di non praticarla subito dopo mangiato né durante la gravidanza – né nel periodo mestruale – e di evitarla in presenza di problemi cardiaci, pressione alta, ernia del disco:

“Iniziate sedendovi su un cuscino o una sedia con la colonna rilassata e allungata. (…) Poi,  espirando, iniziate a richiamare indentro la parte bassa dell’addome, mentre lasciate che l’inspirazione sorga spontaneamente. Ripetete per tre o quattro volte fino a quando non avrete imparato a muovere l’addome come un soffietto. Ora iniziate a velocizzare le espirazioni”.

 Avete letto “iniziate a velocizzare le espirazioni” perché in effetti, per praticare kapalabhati, dobbiamo preoccuparci solo dell’espirazione, l’inspirazione è passiva, avviene spontaneamente. Quando la insegno dico sempre agli allievi/alle allieve che tutti noi sappiamo praticare kapalabhati, anche se non ce ne accorgiamo. Il movimento della parete addominale richiesto è quello che facciamo ogni volta che tossiamo. Per cercarlo – dico quindi – mettiamo una mano sull’addome e facciamo un colpo di tosse, così sentiremo che cosa deve succedere durante kapalabhati. La parete addominale rientra violentemente, l’aria esce – dalla bocca, quando tossiamo, ma dal naso se eseguiamo kapalabhati. Ecco fatto. Tutto qua.

 Una volta imparata bene la tecnica, una volta imparato a lasciar entrare spontaneamente l’aria per poi espellerla violentemente dal naso, potremo aumentare la velocità (c’è chi arriva a 120 espulsioni al minuto!). Il risultato sarà un sangue ossigenato, rinnovato, una mente lucida e vigile “già dopo pochi minuti di pratica. Può essere usato come un abituale esercizio di ‘sveglia’ o come pratica per ‘tirarsi su’ ogni volta che ci si sente giù di corda o letargici”, p. 167.

 Abbracciamo dunque l’estate col naso pulito e sangue ossigenato. E il tempo che abbiamo davanti non potrà che essere migliore, perché “Il tempo è respiro”, scrive G. I Gurdjeff, a pagina 155 di Il grande libro del respiro).

Il

Il grande libro del respiro di Donna Farhi

Se potessimo vederlo allora forse rivaluteremmo la preziosità di ogni singolo respiro, il miracolo del suo funzionamento e forse smetteremmo di darlo per scontato, automatico e insocnsapevole…

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