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Il cibo che dà felicità – La cucina dell’Asram, di Gitananda Asram, Laksmi Edizioni

Un libro di ricette? Anche.
Un libro sull’alimentazione secondo la medicina ayurvedica? Non poteva mancare.
Un libro sul cibo e la sua sacralità? Pure.
Un libro di racconti mitologici legati all’alimentazione? Sì.
Un libro con foto a colori? Bellissime.
Un libro di viaggi? Può darsi che dopo averlo letto vi venga voglia di farlo un viaggetto, per visitare il luogo da cui provengono le ricette, le foto, le parole, le esperienze che avete trovato nelle sue pagine.

Un libro bello e in carta Fsc, che proviene “da fonti gestite in maniera responsabile” – e sottolineo il fatto che questo libro sia stato realizzato tenendo conto degli alberi, perché invece ci sono ancora editori che non usano carta riciclata o certificata. Il cibo che dà felicità è la dimostrazione – per chi ne avesse ancora bisogno – che si possono fare libri, fotografici perfino, belli e sostenibili.
Il libro in questione vale tutti gli euro del prezzo: contiene foto meravigliose – dell’India, ma non solo – che illustrano le ricette, che mostrano buonissimi pani (sì, ho detto buonissimi, perché la foto trasmette la bontà della focaccia, come se l’avessimo assaggiata!), divinità legate al cibo e agli inizi delle cose nuove. È il caso della foto di copertina e di quella che precede il frontespizio: ritraggono Ganesh, il dio con la testa di elefante che è di buon auspicio evocare a protezione delle nuove imprese.

Le ricette del libro sono 108 (numero per nulla causale, di cui ringrazio gli autori e curatori). Suddivise tra primi piatti, pizze e pani, verdure e legumi, dolci e bevande, raccontano anche come fare il tipico pane indiano (chapati, p. 191), il burro chiarificato (ghi, p. 224), le famose miscele di spezie (masala) e di tè (chai).
Le ricette sono in ordine alfabetico e occupano tutta la seconda parte del libro. E nella prima parte allora che c’è?

Ayurveda e cibo

Il nostro cibo dovrebbe essere la nostra medicina.
La nostra medicina dovrebbe essere il nostro cibo
[Ippocrate]

Con la frase di Ippocrate si apre la Prefazione, scritta da Rita Bordon Jñãnadevï, medico, che più avanti scrive:

[…] questo libro non è un manuale di ricette […] né una pesante chiacchierata su equivalenti glicemici, sindromi metaboliche, micronutrienti, anche se qualche accenno ne è presente, e nemmeno un trattato di alimentazione ayurvedica o di yoga, anche se ne contiene dei concetti base […] è un libro di ben più ampio respiro che riesce a trattare di alimentazione vista come cibo per lo spirito e per il fisico in un’unità indissolubile”, pp. 14-15.

Ed è proprio vero! Tutta la prima parte del libro tratta di ayurveda, di guna, di dosha (le 3 energie sottili costitutive degli esseri viventi), di rasa (i 6 sapori: dolce, salato, acido, piccante, amaro, astringente), di quali cibi evitare/prediligere dopo aver stabilito a che “tipo” apparteniamo. Per capirlo c’è un intero capitolo, in cui scopriamo quale dei 3 dosha è più forte in noi, e se non è in equilibrio troviamo i modi per riportarlo in armonia. Così c’è un elenco di cibi da evitare e da preferire per ciascuno dei 3 dosha (pp. 85 ss.). Ma c’è anche un paragrafo sulle combinazioni dei cibi, in cui scopriamo che secondo l’ayurveda è consigliabile ingerire i cibi in accordo con le fasi della digestione: dolce, salato, acido, piccante, amaro, astringente. E leggendo mi è venuto in mente il ristorante Govinda, a Milano, dove sono andata molte volte quando abitavo là: il cibo veniva servito su un vassoio, in piccole ciotole, e chi lo portava a tavola ci indicava con precisione l’ordine in cui consumare il contenuto delle ciotoline!!! Ora capisco perché era così meraviglioso mangiare lì, oltre alla bellezza del luogo c’era una conoscenza millenaria. E c’era la sacralità del cibo, offerto alle divinità, come scopriamo anche in questo libro, fin dalle prime pagine, prima delle ricette.

Il sacro attraverso l’ordinario

Ho rubato il titolo qui sopra a una rassegna teatrale torinese perché mi sembra quanto mai adatto a continuare il racconto di questo libro che sembra un ricettario:

“Nell’induismo l’idea di sacralità influisce sul modo di pensare, di parlare, di comportarsi, di rapportarsi con gli altri. […] i tema dell’alimentazione e del cibo compare in molti àmbiti, in un’ottica globale dell’universo, della vita e del suo divenire. Dai testi sacri alla mitologia, dalla tradizione popolare alla medicina, il cibo e l’atto di nutrirsi sono visti sempre nella loro valenza sacra. Questa concezione non esclude nessun aspetto vivente, tutto è permeato di coscienza, ogni essere rispecchia questa peculiarità, dalla montagna al filo d’erba, dall’uomo al più piccolo degli insetti. Perciò anche il cibo di cui ci nutriamo ha un valore sacro, ha un suo aspetto sottile, metafisico, possiede un significato simbolico intrinseco che affascina profondamente”, p. 19.

Asram? Che vuol dire?

“Vi è un pezzo di India nascosto tra i boschi di castagni dell’entroterra ligure, dove sorge un tempio tradizionale indù che sacralizza il luogo e qui da ormai quasi trent’anni risiede la comunità del Gitananda Asram. Asram in sanscrito vuol dire, tra le sue accezioni, “eremitaggio, dimora di un Maestro, di santi e asceti””, p. 62. Ecco allora che nel libro, tra le foto di buon cibo e quelle di divinità che ci proteggono, troviamo quelle di persone normali che hanno deciso di vivere comunitariamente in un asram quello di Altare (in provincia di Savona), un monastero tradizionale “dove la vita comunitaria ha una funzione fondamentale per il superamento dell’individualità”, p. 20.
Tutto quello che troviamo scritto qui è dunque sperimentato, e non solo in cucina. Infatti alla fine del libro mi è venuta voglia di andare a far visita a questo luogo – oltretutto vicino a dove abito attualmente – seguendo il consiglio del professor Stefano Piano, già docente universitario, sanscritista, esperto di indologia, viaggiatore (nel libro c’è una sua foto), che periodicamente organizza dei “pellegrinaggi” all’asram di Altare, lì dove è nato e si è realizzato il libro di cui state leggendo la recensione (e in fondo al libro ci sono le informazioni per organizzare la visita, perché bisogna avvertire). Là, vicino al mare, dove tutti sono vestiti di arancione, dove si festeggiano le principali feste della tradizione indiana, semplici norme regolano il cibo, che dovrebbe essere “vegetariano, semplice – umile – e in quantità moderata. Tutto ciò riflette implicite qualità spirituali ed etiche come la nonviolenza o il non-nuocere, ahimsa, l’accontentamento, samtosa, e la morigeratezza, mithahara”, p. 26.

Cucina, religione, mitologia

L’ultimo capitolo, non del libro, ma di questa recensione, riguarda le molte storie mitologiche che troviamo qui e là nella prima parte di Il cibo che dà felicità. Ne è letteralmente – è il caso di dirlo! – infarcito! Basti per tutte la storia del basilico sacro (forse per questo l’asram sorge in Liguria, patria del basilico?), che in India è chiamato tulsi e rappresenta la dea Laksmi.

Il tulsi […] è una delle numerose varietà di basilico […] pianta aromatica a cui la cucina mediterranea riserva un posto d’onore […] e assai cara alla cucina ligure che ne ha fatto il protagonista del gustosissimo pesto. […] Il tulsi rappresenta il dovere, la dedizione, le virtù femminili in genere. […] L’ayurveda descrive molto dettagliatamente l’importanza delle qualità medicinali di questa pianta che può essere ampiamente sia per la prevenzione sia per la cura delle malattie”, p. 48

Dunque siete pronti? Sia per comprare il pesto, sia per fare un tuffo nell’India tradizionale a due passi da casa, andiamo in Liguria, con la guida del “libro che dà felicità”.


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Il cibo che dà felicità – La cucina dell’Asram, di Gitananda Asram, Laksmi Edizioni

Un libro che comprende una raccolta di 108 ricette vegetariane attinte da differenti tradizioni, consigli pratici e suggerimenti secondo l’ayurveda.

Il nutrimento è ciò che sostiene non solo il corpo, ma anche la mente. Se è di natura sattvica, esso favorisce lo sviluppo di virtù quali la compassione, la non violenza, il rispetto verso ogni cosa esistente.
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